
Per capire in cosa consistono l’ipotermia e il congelamento, è essenziale comprendere come funziona il nostro corpo quando si trova ad affrontare delle temperature basse.
L’organismo umano adotta complessi meccanismi di termoregolazione per mantenere l’equilibrio termico interno intorno ai 37°C.
In risposta all’esposizione a basse temperature, si attiva la vasocostrizione cutanea, finalizzata a ridurre il flusso sanguigno periferico e limitare la dispersione di calore.
Contestualmente, viene stimolata la termogenesi per incrementare la produzione di calore endogeno; questo processo si manifesta attraverso l’accelerazione dei processi metabolici cellulari e l’aumento dell’attività muscolare scheletrica, nota come termogenesi da brivido.
Le patologie da freddo, come l’ipotermia, insorgono quando l’intensità o la durata dell’esposizione superano le capacità adattive dell’organismo. In questi contesti, il metabolismo richiede un incremento sostanziale del consumo energetico per sostenere la produzione di calore.
È pertanto essenziale un adeguato apporto alimentare per fornire le riserve di grassi e zuccheri necessarie a supportare le aumentate richieste metaboliche.
Indice dei Contenuti
- Quando si parla di ipotermia (assideramento)?
- Fattori che accelerano il raffreddamento
- Guida al primo soccorso in caso di ipotermia
- Cos’è il congelamento?
- Come intervenire in caso di congelamento
- Complicazioni e postumi
- Altri rischi correlati al freddo intenso
- Prevenzione e raccomandazioni
- Domande Frequenti (FAQ)
Quando si parla di ipotermia (assideramento)?
L’Ipotermia (o assideramento) è la condizione clinica in cui la temperatura corporea interna scende sotto i 35°C. Questo calo compromette il corretto funzionamento delle funzioni vitali, rallentando la circolazione sanguigna e i processi metabolici essenziali.
La gravità dell’ipotermia viene suddivisa in tre stadi clinici:
- ipotermia lieve (35-32°C): caratterizzata da brividi vigorosi, pallore cutaneo, tachicardia e dolori articolari;
- ipotermia moderata (32-28°C): si osserva la cessazione del brivido, l’insorgenza di stato confusionale, sonnolenza marcata, aritmia, respiro rallentato e rigidità muscolare;
- ipotermia grave (sotto i 28°C): comporta la compromissione severa delle funzioni vitali, con perdita di coscienza e imminente rischio di arresto cardiocircolatorio.
Fattori che accelerano il raffreddamento
La dispersione termica è aggravata da variabili ambientali quali l’umidità, l’altitudine (che riduce l’apporto di ossigeno ai tessuti) e il contatto con superfici metalliche o indumenti bagnati.
Di particolare rilievo è l’effetto wind-chill (raffreddamento da vento), che accelera drasticamente la perdita di calore: in presenza di una temperatura percepita di -27°C, il congelamento della pelle esposta può verificarsi in meno di 30 minuti.
Guida al primo soccorso in caso di ipotermia
In caso di assideramento, la prima cosa da fare è allontanare il soggetto dalla fonte di freddo, posizionandolo in un ambiente riscaldato e protetto.
Gli indumenti bagnati devono essere rimossi; in presenza di ipotermia moderata o grave, si raccomanda di tagliare i tessuti per evitare movimenti bruschi che potrebbero causare aritmie letali.
Il soggetto deve essere isolato dal terreno mediante l’uso di teli o barriere termiche.
Tecniche di riscaldamento graduale
Il riscaldamento deve essere passivo e progressivo attraverso l’impiego di coperte (lana o poliestere), sacchi a pelo o fogli metallici riflettenti, assicurando la copertura di capo e collo.
Se il soggetto è cosciente e in grado di deglutire, si procede alla somministrazione di bevande calde ipercaloriche e zuccherate.
Cosa evitare assolutamente
Per preservare l’integrità dei tessuti, è tassativo attenersi alle seguenti disposizioni:
- divieto di sfregamento o massaggio: queste azioni danneggiano irreversibilmente la pelle e i muscoli sottostanti;
- divieto di riscaldamento rapido: l’esposizione a fuoco diretto o stufe può causare gravi ustioni a causa della ridotta sensibilità cutanea;
- divieto di assunzione di alcol: l’alcol induce vasodilatazione periferica, accelerando la perdita di calore interno;
- rischio di scongelamento/ricongelamento: è vietato iniziare lo scongelamento di una parte se esiste il rischio concreto di un nuovo congelamento immediato (es. durante un trasporto non protetto). L’alternanza tra scongelamento e ricongelamento produce danni tissutali superiori rispetto al mantenimento dello stato congelato.
Procedere in modo inadeguato può provocare la cosiddetta parla di “morte da recupero”, un evento fatale che può verificarsi durante le fasi di primo soccorso o di riscaldamento iniziale di una persona colpita da ipotermia grave, strettamente collegato a un meccanismo fisiologico noto come afterdrop.
L’afterdrop consiste in un ulteriore e repentino abbassamento della temperatura interna (del nucleo centrale o core) dell’organismo. Questo accade quando il sangue freddo, che era rimasto confinato nelle estremità corporee per effetto della vasocostrizione periferica, refluisce verso gli organi vitali (cuore, polmoni, cervello), scatenando aritmie ventricolari fatali o un arresto cardiocircolatorio immediato.
La gestione ospedaliera
Il trattamento clinico prevede il monitoraggio costante delle funzioni vitali e il riscaldamento interno attivo (es. fluidi caldi endovenosi).
La valutazione diagnostica si avvale di imaging avanzato, come la scintigrafia ossea o la risonanza magnetica, per distinguere precocemente tra tessuti vitali e necrotici e pianificare l’eventuale approccio chirurgico.
Cos’è il congelamento?
Il congelamento è causato dalla formazione di cristalli di ghiaccio nei fluidi interstiziali e cellulari.
La vasocostrizione prolungata determina una carenza di ossigeno e nutrienti che conduce alla morte cellulare (necrosi).
Le lesioni colpiscono prevalentemente le estremità e le zone esposte: mani, piedi, naso, orecchie, guance e mento.
I gradi del congelamento
Come abbiamo visto per l’ipotermia, anche il congelamento viene suddiviso in macro categorie:
- superficiale (I e II grado): si manifesta con arrossamento, intorpidimento e formazione di vesciche contenenti liquido limpido;
- profondo (III e IV grado): la pelle appare fredda, dura e di colore grigiastro o nero. Possono comparire vesciche ematiche e si sviluppa la gangrena (umida o secca), segno di morte definitiva del tessuto.
Come intervenire in caso di congelamento
L’area interessata deve essere immersa in acqua tiepida a temperatura costante tra 37°C e 39°C per un periodo di 15-30 minuti, fino alla riacquisizione della morbidezza tissutale.
Si ribadisce la necessità di evitare lo scongelamento qualora non sia garantito il mantenimento della temperatura.
Protezione delle lesioni
Le lesioni devono essere deterse delicatamente e protette con bende sterili, avendo cura di separare le dita. Le vesciche non devono essere rotte.
Sotto supervisione medica, è indicato l’uso di ibuprofene o gel all’aloe vera.
In merito alla profilassi antibiotica, le linee guida della Wilderness Medical Society indicano che l’uso non deve essere routinario, ma valutato caso per caso, poiché il congelamento non rappresenta intrinsecamente un’infezione ad alto rischio.
Complicazioni e postumi
Le complicazioni croniche includono artrite da congelamento, iperidrosi e ipersensibilità al freddo. Nei casi gravi, l’impiego della terapia trombolitica (tPA) nelle prime 24 ore può ridurre l’incidenza di amputazioni.
La decisione chirurgica definitiva viene solitamente posticipata fino a 6 mesi per consentire la corretta demarcazione dei tessuti.
Altri rischi correlati al freddo intenso
L’esposizione a temperature molto basse può produrre numerose complicanze, alcune anche potenzialmente fatali.
Nel dettaglio:
- emergenze cardiovascolari e cerebrovascolari: il freddo intenso incrementa il carico di lavoro cardiaco e la pressione arteriosa, elevando significativamente il rischio di infarto miocardico e ictus, specialmente nella popolazione anziana;
- problematiche respiratorie: le basse temperature possono causare la riacutizzazione di patologie croniche quali asma e BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva), oltre a favorire infezioni quali polmoniti e influenze a causa della riduzione delle difese immunitarie locali delle vie aeree;
- avvelenamento da monossido di carbonio (CO): in ambienti chiusi, il ricorso a impianti di riscaldamento malfunzionanti o bracieri espone al rischio di esalazioni tossiche di monossido di carbonio. È necessaria una costante verifica della ventilazione e dello stato dei dispositivi.
Prevenzione e raccomandazioni
Cosa fare per prevenire l’ipotermia e il congelamento? Le raccomandazioni principali sono essenzialmente le seguenti:
- popolazione a rischio: oltre a neonati, anziani e pazienti con patologie circolatorie o diabete, è necessario considerare le differenze fisiologiche nella termoregolazione. Le donne tendono a possedere un maggiore isolamento superficiale grazie al grasso sottocutaneo, ma presentano una minore massa muscolare e, di conseguenza, una ridotta capacità di generare calore attivo tramite la termogenesi rispetto agli uomini;
- abbigliamento adeguato: si raccomanda la tecnica a strati multipli, privilegiando lana o materiali tecnici traspiranti. Lo strato esterno deve essere impermeabile e antivento. È fondamentale la protezione delle estremità (guanti, sciarpe e copricapi che isolino le orecchie);
- alimentazione e idratazione: è indispensabile il consumo di pasti caldi e cibi ad alto contenuto energetico. L’idratazione deve essere mantenuta costante, evitando rigorosamente le bevande alcoliche che alterano la percezione del freddo e accelerano la dispersione termica.
In merito a quest’ultimo punto, è importante smontare una vecchia credenza, nutrita anche dall’immagine che tutti abbiamo nella mente del classico cane San Bernardo con la boccetta di liquore al collo, destinata ai soccorsi in alta montagna.
L’idea che bere bevande alcoliche possa migliorare una condizione di ipotermia è una pratica errata, smentita in modo molto chiaro dall’Istituto Superiore di Sanità in questo contenuto, in cui anzi si sottolinea come questa possa addirittura essere pericolosa.
Per approfondire il tema del primo soccorso, consigliamo la lettura anche dei seguenti articoli del nostro Blog:
- Come eseguire la manovra di Heimlich in caso di soffocamento
- Come disinfettare correttamente una ferita: guida pratica
- Colpo di calore e insolazione (colpo di sole): cosa fare?
- Anafilassi e shock anafilattico: come riconoscerli e affrontarli
Domande Frequenti (FAQ)
L’ipotermia è una condizione sistemica grave in cui la temperatura corporea scende sotto i 35°C, compromettendo le funzioni vitali dell’intero organismo. Il congelamento è invece un danno tissutale localizzato (solitamente a mani, piedi, naso o orecchie) causato dal freddo estremo, che può portare alla necrosi dei tessuti.
Occorre portare l’infortunato in un ambiente caldo e riparato, rimuovere gli indumenti bagnati e coprirlo con coperte asciutte. È utile somministrare bevande calde e zuccherate se il soggetto è cosciente, evitando riscaldamenti troppo rapidi o fonti di calore diretto come stufe o fuoco.
L’alcol provoca una vasodilatazione periferica che genera una falsa sensazione di calore, ma in realtà accelera la dispersione termica e aumenta il rischio di assideramento. Inoltre, l’alcol riduce la capacità della persona di percepire correttamente il freddo e di proteggersi adeguatamente.
No, non bisogna mai strofinare o massaggiare l’area colpita, né usare neve. Queste azioni possono causare ulteriori e gravi lesioni ai tessuti già danneggiati dai cristalli di ghiaccio; il riscaldamento deve avvenire gradualmente, preferibilmente tramite immersione in acqua tiepida a 37-39°C.
Nell’ipotermia profonda, muovere bruscamente il paziente può far defluire il sangue freddo dalle estremità verso il cuore (nucleo centrale), causando un ulteriore calo della temperatura interna. Questo fenomeno, noto come afterdrop, può scatenare aritmie fatali o un arresto cardiaco improvviso.
I soggetti più vulnerabili sono gli anziani, a causa di una ridotta capacità di termoregolazione, e i neonati, che disperdono calore molto velocemente. Sono inoltre esposti a rischi maggiori i senzatetto, i lavoratori all’aperto e chi soffre di patologie croniche cardiovascolari o respiratorie.
