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Amniocentesi

Cos’è l’amniocentesi? Come si effettua e a cosa serve? Approfondiamo insieme in cosa consiste questa tecnica di diagnosi prenatale. Intro.  

Durante la gravidanza la donna si sottopone a una serie di controlli medici e diagnostici – alcuni obbligatori, altri facoltativi – molto importanti per il monitoraggio delle proprie condizioni di salute e di quelle del nascituro. Rientra in questa categoria anche l’amniocentesi.

Il termine amniocentesi genera, di solito, una sensazione di ansia e di paura, in parte giustificata e in parte frutto di una mancata conoscenza approfondita specifica.

In effetti, le associazioni di categoria suggeriscono di accompagnare la programmazione di una amniocentesi a un supporto non solo medico, ma anche psicologico, in modo da fornire alla donna incinta e al suo partner una corretta informazione in merito alla procedura.

Nel nostro piccolo, con questo articolo intendiamo fare un po’ di chiarezza rispetto a un tema molto complesso e sentito, spiegando in cosa consiste l’amniocentesi, come viene effettuata, quando va fatta e quali sono le complicanze possibili.

Cos’è l’amniocentesi

L’amniocentesi è una tecnica di diagnosi prenatale invasiva, consistente in un prelievo transaddominale di liquido amniotico dalla cavità uterina, finalizzata all’individuazione di disfunzioni genetiche del nascituro.

La letteratura scientifica identifica nel lontano 1881 il suo primo impiego, ma solo verso gli anni ‘50-‘60 del Novecento questa procedura si è diffusa in tutto il mondo.

Inizialmente, si effettuava l’amniocentesi solo in presenza di gravidanze complicate, per poi essere impiegata per diagnosi genetiche, con le prime diagnosi prenatali di sindrome di Down grazie al prelievo e all’analisi di liquido amniotico.

I progressi scientifici hanno permesso, intorno agli anni ‘70, di migliorare la procedura, prima attraverso l’impiego degli ultrasuoni per guidare l’ago con il quale effettuare il prelievo di liquido amniotico – la cosiddetta tecnica ecoguidata – successivamente con l’introduzione del prelievo ecomonitorato, che consente di tenere sotto controllo costante il feto.

Infine, con l’introduzione del monitoraggio ecografico continuo si sono fatti enormi passi in avanti in termini di riduzione del rischio e successo della procedura.

A cosa serve l’amniocentesi

Perché, in alcuni casi (che vedremo dopo) è consigliato sottoporsi ad amniocentesi, nonostante rappresenti una tecnica invasiva?

La diagnosi prenatale si divide in tecniche non invasive, come ad esempio l’ecografia, e tecniche invasive, come l’amniocentesi e la villocentesi, e ha come obiettivo quello di individuare i problemi che possono interessare i feti dal punto di vista cromosomico, genetico, metabolico e infettivo.

Purtroppo, per quanto importanti e necessarie per il monitoraggio della gravidanza, le tecniche non invasive non consentono una diagnosi certa di tipo genomica.

Ecco perché, in alcuni casi, è consigliato procedere con tecniche invasive.

L’amniocentesi, infatti, rientra nella diagnosi prenatale invasiva ed è finalizzata all’analisi dell’assetto cromosomico fetale, per valutarne quindi la normalità o la presenza di anomalie.

Attraverso questa procedura, è possibile individuare durante la gestazione:

  • anomalie cromosomiche;
  • malattie genetiche;
  • malformazioni congenite;
  • infezioni fetali.

Amniocentesi e diagnosi prenatale: le linee guida del Ministero della Salute

Secondo le «Linee Guida per i test genetici» approvate dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e contenute all’interno del decreto Bindi del 1998, la diagnosi prenatale si divide in due grandi categorie, che riportiamo di seguito:

  1. presenza di un rischio procreativo prevedibile a priori: età materna avanzata, genitore portatore eterozigote di anomalie cromosomiche strutturali, genitori portatori di mutazioni geniche;
  2. presenza di un rischio fetale resosi evidente nel corso della gestazione: malformazioni evidenziate dall’esame ecografico, malattie infettive insorte in gravidanza, positività dei test
    biochimici per anomalie cromosomiche, familiarità per patologie genetiche.

Quando si consiglia di effettuare una amniocentesi?

Il decreto riporta indicazioni per le indagini citogenetiche per anomalie cromosomiche fetali:

  1. età materna avanzata, uguale o maggiore ai 35 anni (questo dato varia in altri Paesi);
  2. presenza di un precedente figlio affetto da una patologia cromosomica;
  3. presenza di un genitore portatore di riarrangiamento strutturale non associato ad effetto fenotipico;
  4. genitore con aneuploidie dei cromosomi sessuali compatibili con la fertilità, ovvero una anomalia nel numero di cromosomi;
  5. malformazioni del feto evidenziate durante un controllo ecografico;
  6. probabilità di 1/250 o maggiore che il feto sia affetto da Sindrome di Down (o altre anomalie cromosomiche) sulla base dei parametri valutati su sangue materno o ecografici.

Amniocentesi: a quante settimane farla?

L’amniocentesi si suddivide in tre categorie, a seconda del periodo gestazionale in cui viene effettuata:

  1. Amniocentesi precoce o precocissima, eseguita tra la 10a e 14a settimana;
  2. Amniocentesi del II trimestre, eseguita tra la 15a e 20a settimana;
  3. Amniocentesi tardiva, eseguita oltre la 24a settimana;

Il periodo in cui sottoporsi alla procedura è strettamente correlato alle indicazioni fornite dal proprio medico ginecologo.

Tradizionalmente, se non sono presenti particolari indicazioni cliniche, si effettua la procedura tra la 15a e la 20a settimana di gravidanza.

Secondo un importante studio collaborativo randomizzato canadese, infatti, l’amniocentesi precoce risulta più complessa da eseguire ed è associata ad un rischio di perdite fetali più elevata.

Come si effettua l’amniocentesi

Abbiamo detto che l’amniocentesi consiste in un prelievo di liquido amniotico, effettuato per via transaddominale tramite l’inserimento di un ago nella cavità amniotica.

Prima di procedere, è necessario effettuare un esame ecografico per:

  • verificare che il feto sia vivo;
  • verificare in quale posizione si trova;
  • valutare l’eventuale presenza di una gravidanza gemellare;
  • confermare l’età gestazionale;
  • rilevare la biometria;
  • controllare la localizzazione della placenta;
  • valutare il volume di liquido amniotico presente.

Dopo avere completato i controlli necessari, e prima di procede all’inserimento dell’ago sotto visione ecografica, si individua un punto che consenta di evitare la placenta.

A questo punto, si inserisce a mano libera un ago spinale di 22-gauge (circa 0,6 mm di spessore), al quale si andrà a connettere una siringa per effettuare il prelievo di circa 20 ml, non prima di averne asportato 0,5 ml da eliminare per evitare contaminazioni con cellule materne.

In media si procede al prelievo di circa 1 ml per ogni settimana di gestazione.

Dopo aver effettuato il prelievo e estratto l’ago, si procede con un controllo ecografico per verificare l’attività cardiaca del feto.

Complicanze legate a una amniocentesi

Come abbiamo più volte sottolineato, l’amniocentesi rientra nelle tecniche di diagnosi prenatale invasive, questo vuol dire che porta con sé una piccola percentuale di rischio per il bambino e la madre.

Prima di generare il panico, è giusto sottolineare che, oggi, la percentuale di aborto causato da amniocentesi è di circa l’1%, risultando inferiore in proporzione al numero di aborti spontanei in caso di feto con malformazioni genetiche o anomalie cromosomiche.

Rispetto al passato, l’amniocentesi rappresenta una procedura routinaria, molto diffusa, l’importante è assicurarsi che la persona che dovrà effettuarla abbia maturato un certo numero di precedenti diagnosi.

Il successo del prelievo è pari al 98% dei casi al primo tentativo, fino al 99,8% nei centri di maggiore esperienza.

Detto questo, vediamo quali sono i possibili rischi legati al feto e alla madre:

  • Madre: complicanze infettive (solo in presenza di strutture che non rispettano gli standard di sterilità), lesioni di organi interni, shock settico, sanguinamento vaginale. Si tratta di complicanze davvero molto rare o di facile risoluzione;
  • Feto: traumi oculari, cecità monolaterale, poroencefalia, danni intestinali, lesioni a carico degli arti e delle strutture tendinee, aborto. Si tratta di complicanze rare, in buona parte identificate prima dell’avvento del prelievo ecomonitorato.

Conclusioni

Per quanto complessa e invasiva, l’amniocentesi può essere considerata oggi una procedura semplice e abbastanza sicura ed efficace, se effettuata da operatori esperti.

Bisogna ricordare che la scelta di sottoporsi o meno a questa procedura è dei genitori, in particolare della madre, e non può essere imposta.

In questi casi, infatti, intervengono considerazioni di vario genere, personale, religioso, economico, sociale, tutte meritevoli di rispetto.

Quello che conta, sempre, è giungere a questa scelta in modo consapevole, avendo tutte le informazioni necessarie per fare delle valutazioni complete.

Per le donne iscritte al Fondo ASIM, ricordiamo che il Piano Sanitario prevede, all’interno del pacchetto maternità, la copertura delle spese per l’amniocentesi.

Fondo ASIM

Il Fondo, costituito dalle parti sociali nel 2013, nasce in attuazione di quanto contenuto nel rinnovo del Contatto Collettivo Nazionale di Lavoro (C.C.N.L.) per il personale dipendente da imprese esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi. L’Ente ha la natura giuridica di associazione non riconosciuta e non persegue fini di lucro. Il Fondo, operativo da ottobre 2014, ha lo scopo di garantire, ai lavoratori iscritti, trattamenti di assistenza sanitaria integrativa al Servizio Sanitario Nazionale.
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