
La prevenzione comincia quando l’informazione diventa comprensibile e applicabile nella vita quotidiana.
È questa la visione alla base di ASIM Care, il progetto del Fondo ASIM che traduce l’educazione alla salute in contenuti chiari, pratici e fruibili per gli iscritti e non solo.
Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Caterina Gorella, medico di medicina generale e volto della rubrica “Tips di salute”, esplorando come la comunicazione digitale può diventare un ponte tra medico e paziente e perché la prevenzione primaria sia la vera sfida del futuro.
Partiamo dall’inizio. Cosa l’ha colpita di più nel progetto ASIM Care e quali valori ritiene di condividere con questa iniziativa?
Il principale punto d’unione con ASIM Care è stato proprio l’utilizzo dei canali social – che oggi sono strumenti molto diffusi e potenti per fare informazione e prevenzione – con cui anche io mi diletto in modo abbastanza spontaneo e autodidatta, perché come utente ho potuto constatare quanto questi mezzi siano efficaci nel diffondere contenuti, anche se purtroppo non sempre le informazioni che circolano sono corrette o veritiere.
Proprio per questo, l’idea di partecipare a un progetto strutturato, che avesse l’obiettivo di fare informazione scientifica corretta e accessibile, ha rappresentato per me un punto di incontro naturale.
Questo, tra l’altro, ci ricollega al claim del progetto che è appunto “La prevenzione al centro della salute”. Cosa rappresenta per lei questa frase?
Per me, il claim “La prevenzione al centro della salute” è l’emblema del progetto. La prevenzione è fondamentale, ma a mio avviso oggi si spinge ancora troppo poco su questo tema e, soprattutto, manca spesso un’informazione adeguata.
L’obiettivo – e credo anche il futuro della medicina – è una prevenzione personalizzata.
Lo ripeto sempre ai miei pazienti: gli accertamenti non si fanno a caso, ma devono essere il risultato di un ragionamento clinico preciso. Tutti gli screening che oggi vengono proposti a livello nazionale si basano su un solido background scientifico, frutto di studi importanti, che hanno dimostrato come determinati controlli siano realmente efficaci per specifiche fasce di popolazione.
È questo il modello di prevenzione che dobbiamo continuare a promuovere.
Si parla spesso di prevenzione primaria, ma oggi sembra esserci una resistenza diffusa. Secondo lei, quali sono gli ostacoli principali alla diffusione di una vera cultura della prevenzione primaria? In che modo il progetto asim care contribuisce a superarli?
Secondo me il principale ostacolo alla diffusione di una vera cultura della prevenzione primaria oggi è il modo in cui le persone cercano le informazioni. Sempre più spesso lo fanno per sentirsi confermare un’idea che hanno già in testa: è quello che viene definito confirmation bias. Si parla con amici, conoscenti, si costruisce un’opinione e poi sui social si va a cercare qualcuno che la confermi. Basta trovare una o due voci apparentemente affidabili per convincersi, e a quel punto diventa molto difficile scardinare quella convinzione.
A questo si affianca il fatto che oggi tutti parlano di medicina e di prevenzione. Da un lato è positivo, perché significa che il tema è sentito, ma dall’altro c’è un rischio enorme di semplificazione e improvvisazione. Un po’ come è successo con la cucina dopo la messa in onda di alcuni programmi televisivi: sembra che chiunque possa improvvisarsi chef, quando in realtà dietro c’è studio, esperienza e competenza. Lo stesso accade in ambito medico: molte persone parlano di argomenti sanitari senza avere una formazione adeguata.
Questo è un messaggio che cerco sempre di trasmettere ai miei pazienti: bisogna imparare a distinguere le fonti. Se un’informazione arriva da un medico, è frutto di un percorso di studio e di responsabilità professionale. Quando invece arriva da chi medico non è, va letta con molta più cautela.
C’è poi un tema di fiducia. Credo che oggi si sia persa, o quantomeno indebolita, la fiducia nell’autorevolezza della figura medica. Un tempo il consiglio del medico non veniva messo in discussione; oggi invece viene spesso messo sullo stesso piano di qualunque opinione trovata online. Questo atteggiamento è particolarmente evidente in Italia. Mi capita di lavorare con pazienti stranieri o con italiani che vivono all’estero, e noto una differenza molto forte nel rapporto con il medico: c’è più rispetto, più attenzione, a volte anche stupore per la quantità di informazioni che vengono fornite. In Italia, invece, diamo quasi per scontato l’accesso al medico e tendiamo a svalutarne il ruolo.
Detto questo, è chiaro che esistono anche problemi strutturali. Il sistema sanitario italiano ha un potenziale enorme, ma spesso non viene sfruttato nel modo corretto. Le risorse non sempre vengono utilizzate in maniera efficace e la prevenzione non è ancora una vera priorità strategica.
In questo contesto, progetti come ASIM Care possono fare la differenza perché lavorano proprio sulla corretta informazione, sulla fiducia e sull’educazione alla prevenzione, utilizzando linguaggi e canali contemporanei ma mantenendo un approccio scientifico e responsabile.
ASIM Care si concentra sulla prevenzione primaria. perché è così importante oggi parlarne, in particolare negli ambienti di lavoro?
Quello che osservo è che quando le persone vengono seguite anche in ambito lavorativo – ad esempio attraverso la visita con il medico del lavoro o i programmi di screening – si crea comunque un primo livello di avvicinamento alla prevenzione.
Spesso capita che, durante questi controlli, emerga qualche segnale: una pressione un po’ alta, un valore da approfondire. In quei casi il medico del lavoro invita la persona a rivolgersi poi al proprio medico di base o a uno specialista. È un primo punto di contatto importante, perché accende un’attenzione che magari prima non c’era.
Per me, qualunque sia il canale attraverso cui una persona viene intercettata e accompagnata a prendersi cura della propria salute, è sempre un risultato positivo. Ed è anche per questo che ritengo i social strumenti rilevanti: funzionano un po’ come un’esca, lanciano uno stimolo.
È chiaro che non raggiungono tutti allo stesso modo: qualcuno risponde, qualcuno no, magari intercetti anche chi è già molto attento. Ma dentro questo bacino può esserci anche quella singola persona che, dopo aver visto un contenuto, pensa: “Forse potrei farlo anch’io, forse vale la pena”. E questo, a prescindere dai numeri, per me ha comunque un valore.
In che modo ha cercato di rendere i contenuti del progetto interessanti e coinvolgenti per il pubblico?
I contenuti del progetto ASIM Care sono stati definiti sulla base delle esigenze e specifiche peculiarità della platea degli iscritti al Fondo, oltre che programmati in base alla loro stagionalità. Detto questo, la mia esperienza professionale ha avuto un ruolo fondamentale nel modo in cui questi contenuti sono stati sviluppati.
Molti spunti arrivano direttamente dai pazienti: dalle domande che fanno, dai dubbi ricorrenti, ma anche dalle convinzioni errate che emergono durante le visite. In diversi casi ho proposto di trattare determinati argomenti proprio perché mi rendevo conto che c’erano fraintendimenti diffusi o una scarsa consapevolezza su alcuni temi di prevenzione.
Credo molto nel valore dell’ascolto: se sei attento e aperto al confronto, spesso sono le persone che hai davanti a suggerirti su cosa è davvero importante insistere. Sono loro, in qualche modo, a indicarti le priorità.
Inoltre, nel corso dell’anno, anche i commenti ricevuti sui contenuti pubblicati sono stati utili. Alcuni temi hanno generato più domande e più dibattito rispetto ad altri, e questo è un segnale importante. Capire cosa stimola maggiore interesse o confronto aiuta a orientare eventuali approfondimenti futuri, mentre altri argomenti, che hanno suscitato meno reazioni, restano comunque parte del percorso, anche se con un impatto diverso.
Pensa che questo modello possa/debba essere replicato anche in altri contesti e realtà simili?
Sì, secondo me questo modello potrebbe e dovrebbe essere replicato anche in altri contesti, ma serve un vero investimento. Oggi spesso non viene fatto perché richiede tempo, risorse economiche e personale dedicato. Sui social, infatti, la maggior parte dei contenuti informativi è prodotta da liberi professionisti che lo fanno anche per un ritorno personale: è normale, mi espongo sulla piattaforma perché così le persone mi conoscono e poi vengono da me.
D’altra parte, anche l’informazione istituzionale non è mai completamente “neutra”: i canali delle ASL, ad esempio, sono giustamente orientati a obiettivi specifici come le campagne di screening o di vaccinazione, e raramente propongono contenuti informativi fine a se stessi. C’è sempre una finalità dietro, magari legata anche a ricorrenze come le giornate mondiali.
Detto questo, credo che avrebbe molto senso investire seriamente in questo tipo di comunicazione, soprattutto considerando che in Italia abbiamo un Sistema Sanitario Nazionale che, se sfruttato meglio, potrebbe avere un impatto enorme. Il problema è che spesso si arriva tardi: quando si decide di adottare un mezzo, magari dopo dieci anni, nel frattempo ne sono già nati altri.
Un altro limite è generazionale. Molti ruoli decisionali sono ricoperti da persone che, comprensibilmente, non hanno grande familiarità con i canali di comunicazione utilizzati dai più giovani. Io credo moltissimo nel lavoro intergenerazionale: l’esperienza dei professionisti più anziani è fondamentale, ma affiancarla allo sguardo e agli stimoli dei giovani può fare davvero la differenza, soprattutto nel modo di comunicare.
La mia esperienza personale lo conferma: anche quando ho potuto dedicarmi meno alla mia pagina, i pazienti mi dicevano “ti seguo”, “ho visto il video”. Questo significa che funziona. Magari non è l’anziana di 85 anni a dirmelo, ma spesso sono i figli o i nipoti a suggerire: “Segui questa dottoressa”. Un po’ come succede con la patente: qualcuno ti accompagna e ti aiuta a orientarti. E questo, secondo me, è già un grande risultato”.
Cosa ha imparato da questa esperienza che potrebbe influenzare il suo lavoro futuro?
Questa esperienza non ha modificato il mio approccio clinico, ma mi ha dato una maggiore consapevolezza del mondo della comunicazione digitale e del lavoro del content creator, che non è il mio ambito e che prima conoscevo molto poco. Ed è una competenza che sicuramente porterò con me anche nel lavoro futuro.
Ci sono aspetti della prevenzione primaria che ritiene sottovalutati e che meriterebbero maggiore attenzione?
Secondo me oggi il problema principale è che si dedica poco tempo alla visita. Sarebbe molto più efficace fare meno visite, ma più lunghe. Penso ad esempio al paziente diabetico insulino-resistente: spesso le visite sono molto rapide, sia dallo specialista – che ha tempi molto serrati – sia dal medico di base. Il paziente arriva con gli esami già fatti, la visita dal diabetologo, dall’oculista, magari l’ecocardio, e ci si concentra su quello, ma non sempre si affrontano aspetti fondamentali come l’alimentazione quotidiana.
Succede così che alcune persone non percepiscano come problematici certi comportamenti, mentre altre eliminano cibi in modo scorretto. Mi capita spesso che il paziente dica “non mangio pasta, non mangio pane”, che non è necessariamente giusto, e poi magari eccede con la frutta senza sapere che anche quella ha un impatto glicemico importante. Mancano proprio le basi, e senza il tempo per approfondire è difficile correggere questi errori.
Un altro aspetto è che spesso i pazienti si vergognano di fare domande. Alcuni temi vengono evitati per pudore o imbarazzo, anche quando riguardano cose molto semplici. Questo vale per l’alimentazione, ma anche per l’educazione sessuale: mi è capitato di incontrare ragazzi che non avevano chiaro nemmeno cosa significasse “rapporto protetto”. Pensiamo di essere molto avanti, ma in realtà c’è ancora molta disinformazione di base.
Oggi, ad esempio, molte ragazze assumono la pillola e si sentono “protette”, mentre c’è un aumento importante delle malattie sessualmente trasmissibili, che vengono sottovalutate. Anche qui, il nodo centrale è la mancanza di dialogo e di spazio per fare domande. Per questo io cerco di lavorare molto sulla confidenza: ai nuovi pazienti dico sempre che devono sentirsi a casa, che non esistono domande stupide e che preferisco mi chiedano qualsiasi cosa piuttosto che cercare risposte altrove. Lo ripeto spesso soprattutto ai ragazzi.
È anche per questo che ho scelto di essere reperibile su WhatsApp: oggi i giovani scrivono, non chiamano, e nel 2026 non puoi pensare di fare educazione e prevenzione senza usare i loro strumenti di comunicazione.
Qual è il suo augurio per il futuro del progetto e per le persone che accompagna?
Sono stata molto entusiasta di questa esperienza. Il progetto mi è piaciuto molto e, soprattutto, è qualcosa in cui credo davvero. Mi ha fatto piacere essere coinvolta in un’iniziativa di questo tipo, anche perché la considero in parte pionieristica: da quello che mi è stato spiegato, sono ancora pochi i progetti che affrontano queste tematiche in modo strutturato.
Spesso, infatti, i contenuti di ambito medico sui social vengono proposti in maniera frammentaria, un po’ casuale. Ci sono periodi in cui tutti parlano degli stessi argomenti – come il colpo di calore d’estate o la crema solare – ma raramente vengono affrontati in modo completo e organico.
Viviamo in un contesto in cui l’accesso alle informazioni è sempre stato complesso: già con Internet bisognava capire quanto una fonte fosse affidabile, oggi lo è ancora di più perché il materiale disponibile è enorme. Proprio per questo, secondo me, è fondamentale tornare a far passare il messaggio che dietro a una figura che comunica ci deve essere una competenza professionale. Il paziente va aiutato a fidarsi del professionista, non semplicemente del content creator con molti follower. Oggi spesso l’autorevolezza viene confusa con la visibilità, ma sono due cose molto diverse, e progetti come questo possono aiutare a ristabilire quella distinzione.
Il mio augurio è che la cultura della prevenzione diventi una pratica quotidiana e che si comprenda che la salute passa attraverso la consapevolezza. Spero che ASIM Care continui a essere un punto di riferimento per il benessere delle lavoratrici e dei lavoratori.
Ringraziamo la Dott.ssa Caterina Gorella per la sua disponibilità, la sua schiettezza e per il prezioso contributo professionale al progetto ASIM Care.
Grazie a questa collaborazione, la medicina esce dagli studi medici per arrivare direttamente alle persone, promuovendo una cultura della salute basata sulla fiducia e sull’informazione corretta e comprensibile.
