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Non autosufficienza e caregiver, le sfide del nuovo welfare

Ritratto in primo piano di Rossella Verga con un cartiglio grafico che riporta il suo nome e la qualifica di Giornalista professionista.

In Italia poco meno di un quarto della popolazione (24,3%) ha più di 65 anni: stiamo parlando di circa 14 milioni di persone. Di queste, quasi 4 milioni non sono autosufficienti e necessitano di assistenza continuativa nella vita quotidiana. Ed è proprio questa la fascia di popolazione che cresce più velocemente nel nostro Paese. Tra dieci anni si stima infatti che arriverà a 6 milioni.

Bastano questi pochi numeri per far capire che la riforma del welfare per gli anziani non autosufficienti è una priorità assoluta. Lo è, in prospettiva, per il futuro del Paese. Ma lo è, ogni giorno, per migliaia di famiglie che si trovano ad affrontare la complessa realtà dell’assistenza a un proprio caro, che può essere un anziano non autosufficiente, appunto, ma anche una persona con disabilità, con patologie croniche o con fragilità temporanee.

Stime recenti dicono che in Italia sono oltre 7 milioni coloro che – tra i 15 e i 64 anni – si prendono quotidianamente cura di un familiare anziano o disabile o malato cronico. Circa la metà concilia il compito di assistenza con un’occupazione, l’altra parte invece non lavora e si dedica a tempo pieno al familiare gestendo un carico fisico ed emotivo enorme, fatto di responsabilità, di preoccupazioni, di sacrifici.

Questo universo, che troppo spesso rimane in ombra, è quello dei “caregiver”, un termine anglosassone entrato ormai stabilmente nell’uso comune che indica “colui che si prende cura” e si riferisce a una condizione di vita che può durare anni e che modifica in maniera pesantissima priorità e la quotidianità di chi la vive.

Il ritratto del caregiver italiano è prevalentemente al femminile (74%), di cui il 31% di età inferiore a 45 anni, il 38% di età compresa tra 46 e 60, il 18% tra 61 e 70 anni e ben il 13% oltre i 70 anni. Molte sono donne lavoratrici, spesso madri, che si occupano dei figli, della gestione familiare e dei genitori anziani con acrobazie continue per la conciliazione della vita quotidiana. E solo il 10% di questa popolazione coraggiosa e amorevole riceve un aiuto costante da professionisti qualificati.

I numeri dimostrano che i caregiver offrono un servizio che è diventato insostituibile e lo Stato non è – e non sarà mai – in grado di fare a meno del loro impegno.

Eppure finora non si era mai arrivati a un riconoscimento formale di questo ruolo, come categoria giuridica con diritti da garantire e un valore sociale ed economico da valorizzare. La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, da tempo aveva annunciato la svolta dopo due anni di lavoro del “tavolo” di esperti e associazioni e ora il Consiglio dei Ministri ha finalmente approvato il Disegno di legge che mette in campo un primo sistema di tutele, con una copertura finanziaria garantita di 257 milioni di euro. Risorse considerate da più parti insufficienti: se l’obiettivo era quello di arrivare a sostenere anche economicamente chi assiste, in base alla nuova legge la possibilità di ottenere fino a 400 euro al mese è rivolta solo a chi si trova in condizioni di povertà con ISEE annui molto bassi e potrà quindi usufruire del contributo una platea troppo ristretta.

Un “primo tassello molto importante”, ha commentato la ministra. Resta però la parte forse più importante del riconoscimento formale del caregiver. Dopo 15 anni di tentativi, arriva infatti in Parlamento una proposta che dà dignità a che cura un familiare con disabilità grave, con la previsione di tutele differenziate a partire dal “caregiver familiare convivente prevalente” per poi andare a scalare su tipologie diverse sulla base dell’effettivo coinvolgimento nella quotidianità (in termini di ore) della persona con disabilità grave.

Ora comincia l’iter parlamentare “con procedura d’urgenza”. Ma accanto al dibattito che dovrà perfezionare e migliorare – è l’auspicio – il provvedimento del governo, restano i temi centrali dell’agenda italiana: da un lato la solitudine dei “caregiver”, dall’altro la necessità di ampliare i servizi e l’offerta sanitaria garantendo in primis la Long Term Care (LTC) a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione.

Dal primo luglio 2019, per esempio, il Fondo ASIM ha introdotto la prestazione di Long Term Care per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che vengono a trovarsi in condizioni di non autosufficienza. Un importo forfettario in aiuto per la durata di tutta la vita. L’insorgere di nuove malattie può infatti diventare una forte prova emotiva e psicologica, ma rischia spesso anche di destabilizzare economicamente le famiglie.

Tornando all’aspetto altrettanto essenziale della riforma per gli anziani non autosufficienti, qui la necessità è quella di introdurre strumenti adeguati e politiche che guardino al futuro. Su questa materia dal 2021 è attivo per sollecitare il dibattito pubblico il “Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza”, che raccoglie 61 organizzazioni della società civile impegnate a elaborare proposte che consentano un avanzamento concreto delle politiche del settore e la piena attuazione della Riforma contenuta nella Legge Delega 33 del 2023.

Lo scopo è quello di stimolare e suggerire soluzioni affinché si possa arrivare al più presto a mettere mano al comparto, inseguendo quattro obiettivi principali (e raggiungibili): semplificare il labirinto burocratico da affrontare per ricevere i sostegni, aumentare l’aiuto economico per chi offre contratti regolari ai badanti, incrementare la disponibilità di personale specializzato per assistere gli anziani non autosufficienti nelle strutture residenziali, introdurre servizi domiciliari, assolutamente essenziali e oggi assenti.

“Prendersi cura – ha dichiarato la coordinatrice del Patto, Eleonora Vanni – non può essere lasciato solo alle famiglie e ai professionisti, ma è un dovere sociale ed etico che chiama in causa la politica e la società tutta nelle sue diverse articolazioni. Con queste prospettive di invecchiamento occorre pensare oggi a un welfare del futuro in grado di farvi fronte senza sacrificare i diritti e la qualità della vita degli anziani e dei familiari, nonché dei professionisti che, peraltro, già oggi non rispondono numericamente ai bisogni attuali”.

Una sfida sociale e sanitaria da affrontare (e vincere) tutti insieme.

Rossella Verga
Giornalista

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