manager della felicità

Il Manager della Felicità sembra quasi il titolo di una commedia leggera, ottimista, con un protagonista capace di migliorare la vita di chi lo circonda, eppure si tratta di una figura professionale relativamente nuova e sempre più ricercata.

Un ambiente di lavoro negativo influisce in modo pesante sulla produttività dei lavoratori, ne abbiamo parlato già in un precedente articolo dedicato al benessere sul lavoro.

Per far fronte a questo problema, e risollevare il livello di soddisfazione dei lavoratori, è emersa nel panorama mondiale questa figura nuova, a metà tra il manager e il motivatore.

In Italia lo chiamiamo Manager della Felicità, traduzione del termine inglese Chief Happiness Officer.

Ma cos’è e di cosa si occupa il Manager della Felicità in un’azienda? Scopriamolo insieme.

Chi è il Manager della Felicità

C’è molta confusione intorno al ruolo ricoperto da questa nuova figura professionale, il Manager della Felicità, apparso da un paio di anni sulla scena mondiale.

Non è uno psicologo aziendale, non è nemmeno una sorta di jolly con il compito di far divertire i dipendenti, ma un professionista con competenze molto verticali, come vedremo tra poco.

Si tratta, in effetti, di un manager aziendale esperto in risorse umane, il cui obiettivo primario è rendere l’ambiente di lavoro quanto più stimolante e coinvolgente possibile, per migliorare la qualità della vita dei lavoratori e accrescere la produttività.

Di cosa si occupa il Manager della Felicità

Quali sono le sfere di competenza del Manager della Felicità, quindi? Eccone alcune:

  • Reclutamento e onboarding;
  • pianificazione delle carriere;
  • gestione delle prestazioni;
  • coinvolgimento e riconoscimento degli obiettivi raggiunti;
  • off-boarding e pensionamento.

Nonostante il titolo, il Manager della Felicità interviene su elementi molto concreti e delicati, che riguardano lo sviluppo dei lavoratori all’interno dell’azienda, con l’obiettivo duplice di rendere il team più coeso e, allo stesso tempo, più efficace.

Valorizzare i dipendenti individualmente, favorirne la crescita professionale, aiutarli in percorsi di formazione e nell’acquisizione di skill sempre più sofisticate, creare un ambiente di lavoro basato sulla meritocrazia e sul gioco di squadra.

Insomma, non proprio una passeggiata di salute per il nostro manager.

Manager della felicità: benefit, non tavoli da ping pong

Quando immaginiamo un luogo di lavoro nel quale ci piacerebbe lavorare siamo portati a pensare a realtà come Google, Facebook, Tesla, grandissime aziende con sedi iper tecnologiche e innovative, con spazi relax, tavoli da ping pong e calcio balilla.

Beh, anche se una partitina tra colleghi in pausa pranzo non è una cattiva idea, non è quello che rende i lavoratori felici o l’ambiente di lavoro più performante.

È evidente che tutti cadiamo nel medesimo, banale, errore di associare la felicità alla gioia e al divertimento, ma qui stiamo parlando di lavoro e di produttività, e 10 minuti di relax non cancellano 8 ore di stress e frustrazione.

Ciò di cui hanno bisogno i lavoratori sono benefit concreti, che possano migliorare non solo la qualità della vita in azienda – quindi ambienti più puliti, ampi, luminosi, attrezzati – ma anche al di fuori delle quattro mura dell’ufficio.

Assistenza sanitaria integrativa, asilo nido aziendale, scatti di carriera su base meritocratica, premi di produttività, valorizzazione delle competenze, flessibilità oraria, possibilità di accedere allo smart working, migliore equilibrio tra tempo di lavoro e tempo libero, creazione di team affiatati e eterogenei.

Tutto questo influisce sulla felicità e sul benessere dei lavoratori, non il tavolo da ping pong.

Poi, se si riesce ad offrire questi benefit avendo anche un tavolo da ping pong, ben venga.

Conclusioni

Nel mondo imprenditoriale, a livello mondiale, si sta diffondendo sempre di più la consapevolezza che un ambiente sereno e stimolante produca dipendenti più felici e, di conseguenza, produttivi.

Può apparire un discorso cinico, voler rendere più felici i dipendenti solo per fatturare di più e ottimizzare i processi aziendali, ma se si mette un attimo da parte la malizia e il pregiudizio, ci si rende conto che migliorare la vita dei lavoratori rendendo contestualmente l’azienda più solida non può che essere una vittoria per tutti.

 

Augusto Monachesi 
Responsabile del Fondo Asim